78 anni dalla Nakbaba

78 anni dalla Nakbaba

Per decenni, il progetto sionista ha venduto al mondo un'immagine accuratamente costruita: quella

di una democrazia moderna, militarmente invincibile, moralmente superiore e destinata a rimanere

nella storia. Oggi, questa narrazione sta crollando sotto gli occhi del mondo. Ma questa crisi non è

iniziata ieri.

Con l'avvicinarsi del 78° anniversario della Nakba – la catastrofe palestinese del 1948, che vide

l'espulsione di massa di centinaia di migliaia di palestinesi, la distruzione di interi villaggi e il

consolidamento formale di un progetto coloniale di insediamento sulla Palestina storica – è

impossibile separare la crisi attuale dalle sue radici fondative.

Ciò che è in crisi non è solo Benjamin Netanyahu o un governo estremista eccezionalmente

brutale. Ciò che sta crollando è il progetto sionista stesso, inteso come struttura politica fondata

sull'occupazione, l'apartheid, la supremazia etnico-religiosa e la guerra permanente.

Netanyahu non ha creato queste contraddizioni. Si è limitato ad accelerarle, radicalizzarle e

portarle alla luce senza veli.

Per anni, settori dell'establishment politico occidentale hanno alimentato la finzione secondo cui

Israele fosse una democrazia fiorente temporaneamente dirottata dall'estrema destra. Questa

narrazione ignora una verità fondamentale: nessuna democrazia autentica può essere costruita

sulla negazione sistematica dei diritti di un popolo autoctono.

Il primo grande crollo è di natura militare. Per decenni, Israele ha coltivato il mito dell'invincibilità. Il

suo esercito veniva descritto come tecnologicamente insuperabile, moralmente esemplare e

capace di conseguire vittorie rapide e decisive. Gaza ha infranto quel mito.

Dopo mesi di devastazione di massa, con la distruzione di ospedali, scuole, università e campi

profughi, Israele non è riuscito a raggiungere gli obiettivi dichiarati. La resistenza palestinese

rimane attiva. I molteplici fronti di scontro hanno messo in luce vulnerabilità strategiche senza

precedenti.

I progetti coloniali sopravvivono solo finché riescono a convincere i coloni che esiste un futuro

degno di essere difeso. Questo consenso sta iniziando a sgretolarsi. La paura costante,

l'insicurezza e l'erosione della fiducia nelle istituzioni statali stanno producendo un fenomeno

devastante per qualsiasi impresa coloniale: la fuga.

Quando gli occupanti stessi iniziano ad abbandonare il progetto che avrebbero dovuto consolidare,

la crisi cessa di essere politica e diventa esistenziale. Ed ecco che emerge un contrasto

devastante.

Il popolo palestinese, sottoposto a massacri, sfollamenti forzati e distruzioni sistematiche, continua

a dimostrare attaccamento alla propria terra, resilienza e capacità di resistenza.

L'occupante, nonostante il suo schiacciante arsenale militare, mostra crescenti segni di

frammentazione, paura e paralisi strategica. Il paradosso è brutale: chi ha perso la casa ha

conservato la speranza; chi gode di superiorità militare ha perso fiducia nel futuro.

Anche sul piano economico le fratture si stanno approfondendo. Le guerre prolungate corrodono le

economie, allontanano gli investimenti e minano la stabilità materiale necessaria a qualsiasi

progetto statale. Nessun regime coloniale sopravvive solo grazie alla forza militare. Quando

economia, sicurezza e legittimità entrano simultaneamente in crisi, il collasso cessa di essere

temporaneo.

Sul piano diplomatico e morale, il colpo potrebbe essere ancora più profondo. Il genocidio di Gaza

trasmesso in televisione ha demolito il più potente scudo narrativo del sionismo: l'immagine di

vittima permanente utilizzata come difesa morale. La percezione globale è cambiata.

Mai prima d'ora la bandiera palestinese è stata così visibile nelle strade del mondo. Mai prima d'ora

la solidarietà internazionale è stata così diffusa. Mai prima d'ora la legittimità morale del progetto

sionista è stata messa in discussione in modo così aperto.

Internamente, l'implosione è altrettanto grave. La società israeliana è profondamente frammentata.

Il consenso politico che sosteneva il regime si è incrinato. La magistratura ha perso credibilità. Il

Parlamento è diventato ostaggio della radicalizzazione estremista. La coesione sociale si sta

deteriorando rapidamente.

Ma forse la questione centrale è questa: Israele non sta fallendo nonostante la sua natura

suprematista. Sta fallendo proprio a causa di essa. Uno stato fondato sulla supremazia etnico-

religiosa, sull'espulsione delle popolazioni indigene e sulla guerra permanente porta con sé

contraddizioni che, in ultima analisi, risultano insostenibili.

Il sionismo prometteva sicurezza, ma ha portato guerre senza fine. Prometteva normalità, ma ha

portato una militarizzazione totale. Prometteva stabilità, ma ha portato una crisi esistenziale.

Mentre si avvicina il 78° anniversario della Nakba, la storia sembra esigere un bilancio definitivo.

I progetti fondati sull'espulsione, la colonizzazione, l'apartheid e la negazione sistematica dei diritti

di un popolo possono imporre sofferenze per decenni. Ma non possono sfuggire indefinitamente

alle contraddizioni insite nelle loro stesse fondamenta.

Netanyahu alla fine lascerà il potere. Ma la vera questione storica è se il progetto che è arrivato a

incarnare riuscirà a sopravvivere alla crisi che lui stesso ha contribuito ad accelerare. Ciò a cui

stiamo assistendo non è la crisi di un governo, bensì la decomposizione storica di un progetto

coloniale suprematista che ha raggiunto il punto di non ritorno.

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